Patanjali e gli Otto Stadi

La prima struttura scritta in merito si deve, probabilmente, a Patanjali autore dello Yoga Sutra (siamo circa nel tremila a.C.) e suddivide la disciplina in 8 stadi che sono:

Lo Yama (astinenza), fa riferimento a varie pratiche di astinenza che condurranno il discepolo alla padronanza di se stesso e ad una maggiore facilità verso scelte rispettose, anche a dispetto degli istinti più immediati. Quello dell’astinenza è un punto delicato che nel nostro contesto storico sociale può risultare difficile e contraddittorio. Ma chi pratica ci arriverà attraverso un percorso individuale e mai, elemento fondamentale della disciplina stessa, di forzatura o coercizione.

Il Nyama l’osservanza richiede il rispetto della purezza interiore ed esteriore, la ricerca dell’essenziale a discapito delle sovrastrutture.

Le Asana (posizioni), rappresentano la pratica intesa in senso fisico. Sono sicuramente l’aspetto più conosciuto e attuato in ogni ambito. Si propongono di far arrivare il corpo fisico a uno stadio di benessere che permea anche lo stato mentale e viceversa. Lo predispongono, quindi, alla meditazione e a un percorso di conoscenza del nostro corpo.

Il Pranayama (dominio del prana o energia vitale) è la tecnica che permette di gestire la respirazione in modo ottimale e consapevole.

Il Pratyahara (dominio dei sensi) ovvero le tecniche che ci permettono di svuotare la mente e concentrarci, rimanendo in uno stato neuro e positivo.

Il Dharana (dominio della mente) grazie al quale aumenteranno la nostra stabilità e la nostra capacità di gestire le situazioni al meglio.

La Dhyana (meditazione) i benefici della meditazione sono immensi e meritano di essere affrontati separatamente. Prima di tutto, però, noteremo un notevole abbassamento del livello di stress quotidiano.

la Samadhi (estasi), il raggiungimento della comunione perfetta tra l’Io e il cosmo, tra l’anima individuale e il tutto.


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